Lituraterra

erosioni del libro per ragazzi

giovedì 12 ottobre 2023

Un quaderno di traduzioni

 


Traduzione intersemiotica

La traduzione intersemiotica è allo stesso tempo la più difficile e la più affascinante tra i vari tipi di traduzione.

Consiste nel tradurre un testo da un media all’altro. Anche in questo caso si può fare un esempio molto semplice: la trasposizione di un libro in un film è una traduzione intersemiotica.

In questo tipo di traduzione si deve operare una classificazione razionale e una scelta consapevole, al fine di comprendere quali sono gli elementi fondamentali del testo da tradurre e in che maniera li si può trasporre nel media di arrivo per rimanere il più fedeli possibili al suo significato originario.

Traduzione interlinguistica: perché è importante?

La traduzione interlinguistica è invece il tipo di traduzione a cui siamo più abituati. Si tratta infatti della trasposizione del significato di un testo da una lingua all’altra con lo scopo di ottenere un testo di arrivo che sia il più fedele possibile all’originale nel senso e nello scopo.

Quando si parla in generale di “traduzione”, senza specificare a quale tipo di traduzione si fa riferimento, quasi sicuramente si intende la traduzione interlinguistica.

Essa consente la comunicazione tra parlanti di lingue differenti, permette quindi di espandere e diffondere la conoscenza e di connettere, anche a livello personale, con individui di culture differenti dalla nostra.

Esempi di traduzione interlinguistica

Il più classico esempio di traduzione interlinguistica? “Il gatto è sul tavolo” – “The cat is on the table”.

Ci sono però molti esempi meno scontati di questo, soprattutto quando si tratta di frasi ambigue e idiomatiche: un classico esempio di frasi difficili da tradurre sono i modi di dire.

Un traduttore esperto non tradurrebbe mai “It’s raining cats and dogs” con “stan piovendo cani e gatti”, ma preferirebbe usare l’espressione “sta piovendo a catinelle” che è parte integrante della lingua italiana.

Jakobsòn e la traduzione

Ad aver postulato l’esistenza di questi tre tipi di traduzione è stato il linguista russo Roman Jakobsòn. Lo studioso affermò anche che “tutta l’esperienza cognitiva e la sua classificazione è trasportabile in qualsiasi lingua esistente”.

Ha aggiunto inoltre che quando una lingua incontra dei limiti di espressione, o dei concetti che non è in grado di esprimere, ricorre a circonlocuzioni oppure prende a prestito formule e parole da altre lingue (i famosi anglicismi contro cui si scagliano i puristi dell’italiano sono parte di questo processo).




https://www.docsity.com/it/paolucci-strutturalismo-e-interpretazione-1/7531803/

Focus sulla Concinnitas

https://www.youtube.com/watch?v=p8ja_bN0l_4

Focus su i piedi di gesù, sul farsi piccolo ...

https://www.youtube.com/watch?v=lql3P_F8ZY0

https://www.youtube.com/watch?v ScziYB7XpYA =ScziYB7XpYA

https://www.musixmatch.com/it/testo/SG-Lewis-feat-JP-Cooper/Shivers

https://www.youtube.com/watch?v=myivPGrX610&list=RDmyivPGrX610&index=1

https://www.youtube.com/watch?v=myivPGrX610&list=RDmyivPGrX610&index=2








sabato 9 settembre 2023

Verso un testo collectaneo

 Collectaneus, collectivus:

ciò che è stato raccolto, raccolto da tutti i lati. Collectivus, dal part. pass. collectus di colligere "raccogliere"] [LSF]. Qualifica di fenomeni consistenti in interazioni simultanee fra enti identici o simili (atomi, elettroni, ecc.): lo specifico non per passione filologica ma giusto per collidere (non colligĕre) con l'ultimo libro del nostro presidente.

Collettivo 1 agg. [dal lat. collectivus, propr. «che raccoglie insieme», der. di collectus, part. pass. di colligĕre «raccogliere»]. – 1. Che è comune a più persone o cose: benessere, danno c.; interesse c.; lavoro c.; impresa c.; volontà, responsabilità c.; proposta, petizione, lettera, deliberazione c.; pensiero c. della nazione (Carducci). In senso più ampio, con riferimento a estese società d’individui: vita c., la vita di una comunità, con riguardo soprattutto all’organizzazione dei servizî a carattere assistenziale, educativo, sanitario, sociale e ricreativo; bisogni c., i bisogni avvertiti dall’uomo in quanto essere che vive in società e che scaturiscono per lo più da un conflitto d’interessi (per es., il bisogno dell’ordinamento giuridico). 

Un giorno, piuttosto di recente, è spuntato un foglietto autografo


Non saprei dire se si trattava di appunti o di un grado di prefigurazione più avanzato, di una scaletta per Segnocinema, di qualcosa che già guardava a una stampa. Non so, occorrerà chiedere a Marco, a Francesco, a Ernesto, a chi ha seguito i suoi corsi. In ogni caso l'ho fatto a pezzi e ne ho ricavato una traccia, un sommario, un indice, per uno sforzo - appunto - collectaneo. Un giochino per metacritici e riprovisivi. Non mette in gioco una fedeltà al pensiero, a uno stile di un maestro, ma si tratta di linee di fuga, ripensamenti, decostruzioni.

Giochiamo?


poi potremo postare a Gulia Merenda, Luciangela Gatto, Marco Colacino o Massimo Celani

venerdì 8 settembre 2023

Ancora dopo le cose ultime

 ... Non li candido così a un rinnovo della toponomastica. Mi sto solo svuotando le tasche. Altri, più anziani di me, più attenti di me, avranno quelli e altri in saccoccia. Si tratta di deporne i nomi sul comodino, così come si usa fare nello svestirsi serale, liberandosene momentaneamente giusto per guadagnare poche ore di sonno. Purtroppo non tutti andiamo in piscina di sera e non c’era altro modo che questo.

facebook, 1 novembre 2012
troppi gli amici che se ne sono andati:
tra Putin e Covid un comodino non basta



Jacques Derrida

venerdì 18 agosto 2023

Prima delle cose ultime


 


Questo video si può considerare, pur nella sua estemporaneita', l'ultimo "cortometraggio" girato da Marcello col telefonino. Un super corto, in verità, essendo di 1.05 minuti, ma tant'è. Il committente sono stato io ma lui, maestro com'era a giocare con il caso, fate attenzione a cosa ha fatto. 

Comincia a inquadrarmi, ma senza sostare più di tanto sulla mia figura, ottenendo così l'effetto di farmi passare per una presenza accidentale del suo giro ispettivo. Io tra l'altro mi trovo a fare una piccola smorfia con la bocca, con cui sembro abbozzare d'essere stato ripreso senza il mio volere (addirittura!).

Nel frattempo nel campo visivo di Piazza Anfiteatro, (dove Marcello ed io eravamo in attesa del tris viareggino*) appaiono, uscendo da una porta della piazza, un uomo e una donna in movimento sui quali Marcello punta l'attenzione seguendoli fino al termine del video. Sicché, da soggetti veramente casuali che erano... sembrano assumere il ruolo di protagonisti intenzionali del video...(così lui stesso mi ha detto).

            Luigi Mandoliti


*Alfredo Cosentini, Tonino Sicilia, Pino Guarascio  






uscita in punta di piedi
(photo Gianfranco Donadio, ponte Pietro Bucci - Unical)







Scoperto a correre via
Con appena un po' troppo da nascondere
Forse baby
Tutto andrà bene
Ti prego leggi la lettera
L'ho agganciata alla tua porta
Tutto è diventato assurdo
Avevamo bisogno di molto di più

Troppo tardi, troppo tardi
Un folle potrebbe capire i segni
Forse baby
Faresti meglio a guardare tra le righe
Ti prego leggi la lettera, 
L'ho scritta nel sonno
Con l'aiuto e il consiglio da parte
Degli angeli del profondo

Una volta ho indugiato accanto ad un pozzo di parole
La mia casa era piena di anelli e
Amuleti e uccellini
Ti prego comprendimi
Le mie mura sono crollate
Non c'è rimasto nulla qui per te
Ma controlla ciò che abbiamo perso e ritrovato

Ti prego leggi la lettera che ho scritto
Ti prego leggi la lettera che ho scritto

Ancora una sola canzone prima di andare
Ricordati baby
Di tutte le cose
Che sapevamo
Ti prego leggi la mia lettera
E prometti che manterrai
I segreti e i ricordi e
Il profondo affetto

Ah...

Ti prego leggi la lettera che ho scritto
Ti prego leggi la lettera che ho scritto
Ti prego leggi la lettera che ho scritto

Ti prego leggi la lettera che ho scritto
Ti prego leggi la lettera che ho scritto
Ti prego leggi la lettera che ho scritto


Post Scriptum
Marce' - ti prego - leggi il saluto
che ti ha inviato il Rettore IULM
Gianni Canova




sabato 24 dicembre 2022

Tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere

 Dopo l'affettuoso e pepato commiato di Gianni Canova, critico cinematografico e rettore IULM, una stimata collega (non stiamo facendo dell'ironia) ci fa sapere che però "Marcello non ha mai voluto neanche tentare il concorso da ordinario. Era lui che non ne voleva sapere. Figurati che non caricava neanche le pubblicazioni sul sito del Miur".



 photo: Annarosa Macrì
(anche se Annarosa dice che non lo sa)



MWB con Gianfanco Donadio e Diego Mazzei



 “I DISTANTI”

Figure della presa di distanza.

 

Il poeta, l'artista, è da sempre un abitante della distanza. La storia della poesia un catalogo dei suoi luoghi: eccentrico, folle, fanciullino, dandy, snob, flaneur, dilettante.

Se la poesia riuscita è contraddistinta dall'assunzione di una distanza critica e che sappiamo triplice o forse quadrupla (come abbiamo visto poc'anzi, dalla lingua dei padri - nel senso di Bloom - dal poetese, dall'obbligo del grande stile e dei grandi temi ispiratori, dalle medietà e dalle mediocrità connesse), c'è pure - col dovuto rimbalzo - una distanza critica che s'incarna, modella i corpi, diventa gesto, s'inscena nel teatro del mondo, poi forse si stempera nei grandi numeri delle mode culturali. In ogni caso si tratta di esploratori di “territori stranieri interni”; espressione freudiana così mis-tradotta da Habermas, forse per riferirsi alla Unheimlickeit.

A sentire Ermanno Krumm (Il ritorno del Flåneur, Boringhieri, 1983) si abbraccia “una vasta porzione di testualità vagabonda che va da Montale a Zanzotto”. Per Frediano Sessi (‘Alfabeta’, n.67), è Cesare Ruffato, con Minusgrafie (1978) e Parola bambola (1983), il campione della “conflagrazione silenziosa della lingua”, del vagabondaggio tra significante e significato; ma noi gli preferiamo i meridionalissimi botti bonazziani.

Valentino Zeichen (forse non a caso emigrato da Fiume a Roma) - tra lo snob, il dandy e il flaneur - persegue invece una poesia che di distanze ne mette in gioco di molteplici. Come stile, a volte come spocchia, sempre come disincanto e neutralizzazione del pathos, come cinismo e ironia della frase, della punteggiatura e degli enjambements.

 

“(...)

A ogni inizio di stagione,

fuori della mitica caverna

sfilano le lunghe sagome

e le preferenze degli amanti

vanno alle collezioni autunno-inverno

che assottigliano le figure;

seviziate dagli stilisti, poiché

neanche nel mondo degli spiriti

vengono tollerati i grassi".

 

Con Vivian Lamarque poi, la distanza viene propriamente assunta ed elaborata. In “Poesie dando del Lei” la distanza è la fessura attraverso cui passa la grazia:

“(...)

basta distanza

varchiamo la prego

il confine della stanza

(...)

siamo lontani di cuscini

ma di anime siamo vicini”.

 

Il Lei è qui forse la distanza tra il Tu e l'Io; il Tu, a cui si dà rigorosamente del Lei, sembra essere il destinatario di numerose suppliche, esortazioni e ammonimenti:

 

“La mia superficie è felice,

ma venga venga a vedere

sotto la vernice”.

 

Oppure a una distanza che, da Satie a “Teresino”, viene ad essere cosi semplicemente siglata:

 

"Alberi divisi lontani

in segno di saluto svettiamo

ai confini del prato,

ci riconosciamo".

 

La grazia della distanza, senza perdersi e aggiungendo l'umorismo delle permutazioni-declinazioni, si fa matematica nel "Blues pronominale" di Marcello W. Bruno (‘TALVIN’, n.0, 1981):

 

"Abbiamo parlato in macchina

della violenza pronominale

- DATEMI DEL VOI

- MI DIA DEL VOI

- DAMMI DEL VOI

abbiamo detto: un’asimmetria pronominale

rivela tra due soggetti un rapporto di potere

- DATEMI DEL LEI

- MI DIA DEL LEI

- DAMMI DEL LEI

i padroni hanno il tu materialista

i servi hanno il tu ricattatorio

- DATEMI DEL TU

- MI DIA DEL TU

- DAMMI DEL TU

ma tu non darmi del tu

dammi del vino.

 

Con Milo De Angelis (Distante un padre, Mondadori, 1989), la questione diventa molto più complessa e inevitabilmente meno godibile.

“Alla testa ondeggiante nel mirino

preferimmo una

malattia di gradi freddi e sottrazioni: e

odio anch'essa, lo so, ma questo

fuscello si fa idea inseguendola per

un anno di limbo. E noi, applausi

scoloriti, abitammo la notte,

la sfuggente, meravigliosa pedana. Penetrazione

di sole in grano, che è madre. Superstite

che si chiama padre."

Metafore ardite, a volte riuscite (“appalusi scoloriti”) a volte del poetese più abusato (“abitammo la notte”), equivoci mal riusciti da un sovrappiù di enjambements, la supponenza o - se si preferisce, più bonariamente - la coscienza del poeta di “un angolo etico che portiamo intatto”, rischiano di farci perdere di vista la questione più importante e in fondo inesplorata, così magnificamente racchiusa nel sintagma che da il titolo alla raccolta: distante un padre. Padre e distanza che, pur non dovendola far necessariamente da padrone, si trovano a operare non certo da semplici “superstiti”. Il padre si fa metro, vien da dire metrìa, come viene specificato nell'elaborazione, avviata nel 1982 dal collettivo de “I1 piccolo Hans”, intorno al dilettante. Sergio Finzi, rileggendo Savinio, compie una piccola apologia del dilettantismo per cui “basta anche solo una seconda arte per esser salvi dall'inebetimento nel quale si finisce a praticarne una sola”. Così, splendidi dilettanti risultano Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, orafo e scultore, J.J.Rousseau, Jules Michelet, che fa 1'entomologo per riposarsi dagli studi storici, etc. Che è in fondo ciò the più affascina in Indiana Jones: archeologo e 007. Questa magnifica condizione di superamento della professionalità (con l'annesso fantasma di padronanza) sembra originarsi dallo scarto dal mestiere del padre, dalla distanza “agonistica” (con un lemma di Harold Bloom) dal padre. Ecco, qui suonerebbe bene quel “distante un padre”.

 Giorgio Celli, nel suo Le farfalle di Giano (Feltrinelli, 1989), cita il caso di un altro grande outsider e dilettante, l'abate Gregor Mendel - senza saperlo - uno dei massimi biologi sperimentali di tutti i tempi. Mai ebbe conferma della verità e dell'efficacia delle sue ricerche, del suo dilettantismo. “...16 anni dopo (la sua morte) tre biologi riscoprono le sue scoperte e gli rendono pienamente giustizia. La gloria, si sa, come ha scritto Balzac, è il sole dei morti” (Celli, p.186).

Molto ci alletta, ma in questa sede risulterebbe depistante, la diatriba dilettantismo/professionismo; con una gran voglia di confutare la tesi di Stanley Fish per cui - chissà perché - l'antiprofessionismo sarebbe una forma aggiornata della tradizionale ostilità alla retorica. Ci limiteremo invece a indicare nel dilettantismo, nel senso e negli esempi sopracitati, una positiva condizione di superamento della professionalità; una posizione lontana da qualsiasi forma di improvvisazione, di spontaneismo, e di hobbysmo, che nel diletto trova la garanzia di riuscita di una presa di distanza. Figura del salto in avanti e dello scarto rispetto alle fantasmatiche di padronanza che sempre costellano il professionismo.

MC


Bruno La Vergata, logotipo e materiali didattici del
Consorzio per l'Università a Distanza


Luci della distanza.

Tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere

 

La distanza da noi stessi si misura con la morte

e con la fine di un segno che resta come cometa a indicare la strada

Alessandro Chidichimo

 

“Signore e signori... produco lavori teatrali a Broadway, ne curo anche la regia. Sono attore di teatro. Scrivo, dirigo e recito in alcune trasmissioni radiofoniche. Suono il violino e il piano. Dipingo, disegno e pubblico libri. Sono romanziere e anche un mago. Non è notevole che io sia così tante persone e voi tanto poche?". 

                                                                                              Orson Welles 

 

 

La poesia di Jabès della distanza è l'apoteosi. Per più motivi. Per più ingredienti. L'erranza, i rabbini, i1 libro, il deserto, il vento. Nella sua scrittura - come nella psicanalisi più riuscita - è riconoscibile “la sola testimonianza di che cosa sia cercare, nella prossimità, la traccia di se stessi, cercare, nella prossimità, la più grande distanza” (Ettore Perrella, Il tempo etico, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1986, p.16).

 

“Una pagina bianca è un formicolio di passi sul punto di ritrovare le loro orme... Dov’è il cammino? Un cammino è sempre da trovare. Un foglio bianco è pieno di cammini...La distanza è luce, lo spazio di tempo in cui tu penserai che non ci sono frontiere. Così, noi siamo la distanza. (...) Ciò che chiami “distanza” non è che il tempo di una inspirazione, di una espirazione. Tutto l'ossigeno indispensabile all'uomo è nei suoi polmoni. Vuoto è lo spazio della vita. (...) La parola del viaggio è schiava del vento. (...) Tu sei qui, ma il luogo è così vasto che essere l'uno accanto all'altro è già essere tanto lontani da non riuscire né a vederci né a sentirci. (...) Fanciullo, le lettere del tuo nome sono così distanti l’una dall'altra che sei un fuoco di festa nella notte stellata.”

Friabilità del canto, respiro, vento e cenere che rintracciamo in Chateaubriand: “... a chi appartengono quelle ceneri? I venti non ne sanno nulla”.

Contrappuntato da Paul Klee: “Nessuna meraviglia in quest'aria di scirocco”.

Vento e sapere. Connessione splendidamente colta in un passaggio sulla 'bora' da Italo Svevo, che - a posteriori - possiamo considerare il miglior commento all'opera jabesiana. “... Si ha il torto di considerarla come una cosa sola mentre si compone di migliaia di soffi che i naturalisti sanno poiché coincidono in tempo e spazio ma dei quali, garantisco, uno non sa dell'altro. (...) Chi prenderebbero in giro? Se non conoscono nessuno, quei nomadi, non conoscendosi neppure tra di loro?”.

Pure di Montale è la consapevolezza che “una distanza ci divide” (dove quel ‘ci’ è tentatore). Una distanza che in un altro passo è resa ‘siderale’ dalla terza dimensione. Distanza, sempre sotto le insegne del vento “ch'entra nel pomario/ vi rimena l'ondata della vita” e “che nel cuore soffia”.

E se i venti boreali non si conoscono neppure tra loro, analoga supposizione è valida per i rabbini immaginari di Jabès e per il bagaglio di persone di Pessoa. Intersoggettualità come intertestualità. Testi co-esistenti e contemporaneamente votati alla reciproca in-conoscenza.

L'eteronimia (di Pessoa) non è altro - sostiene Tabucchi - che la vistosa traduzione in letteratura di tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere. Questione di cui Orson Welles mostrava grande e ironica consapevolezza. “Signore e signori... produco lavori teatrali a Broadway, ne curo anche la regia. Sono attore di teatro. Scrivo, dirigo e recito in alcune trasmissioni radiofoniche. Suono il violino e il piano. Dipingo, disegno e pubblico libri. Sono romanziere e anche un mago. Non è notevole che io sia così tante persone e voi tanto poche?".

E prim'ancora di Welles, è il genio illuminante di Novalis: “Il genio è una persona veramente sintetica (...) ogni persona si suddivide in più persone e la vera analisi della persona produce solo persone”.

Un enunciato - quest'ultimo - strutturato alla maniera di Sraffa: produzione di persone a mezzo di persone.

Il vento indica in qualche modo il tragitto delle parole, cerca di dire qualcosa su come siano orientate, da dove vengano, cosa portino seco. La congerie, la panoplia di venti boreali di Svevo, lo splitting jabesiano dei mille rabbini immaginari, le cento personalità di Pessoa (“il baule pieno di gente” - come evidenziava giustamente Tabucchi), il multiforme ingegno di Welles, e anche i personaggi pirandelliani, non sono forse la stessa cosa? Rappresentanti del clivaggio, dello sfaldamento del soggetto, in particolare del soggetto della scrittura. “Sii plurale come l'universo” esortava Pessoa. “Credevo di essere di più” annota Lautréamont, per il quale l'infinità dell'io è, più che un punto di partenza, una conquista violenta e obbligata al fine di sottrarsi alla condizione di angustia e di limite.

Il ‘successo’ di una vita è in fondo questo: riconoscere, prim'ancora di mantenere, le distanze tra queste persone, tra questi nomi, tra questi venti, senza mai lasciare che si allontanino troppo o che marcino con ritmi troppo diversi. Che vi sia contrappunto, che vi sia controcanto, questo sì; ma che non si rinunci del tutto a un pur scalcinato direttore d'orchestra. Polifonia non schizofrenia, come - al contrario - equivocarono anni fa Deleuze e Guattari con il loro elogio del molecolare e della schizoanalisi. Si potrà dire che il tema del clivaggio è tutto romantico. Ciononostante mi limito a constatarne la verità e la persistenza da un punto di vista - diciamo - pragmatico. Con Schlegel, non capita d'imbattersi ancora oggi, anche se sempre più raramente, in libri “nei quali anche i cani si appellano all'infinito?” Quanto a Jabès, anche se l'accostamento potrà sembrare cinico e paradossale (né più né meno come i “Kant con Sade” dello stesso francese terribile), è Jacques Lacan che, nel massimo di lontananza di cultura e amicizia, lui che non era Blanchot, Derrida o Scalia, a enunciarne la cifra. Così per caso, per la solita folgorazione, per la solita irrefrenabile tendenza dei suoi enunciati a dire il vero, in materia del dire e dello scrivere, insomma in materia di soggettività. “Poiché se non per il fatto che l'Ebreo dopo il ritorno da Babilonia è colui che sa leggere, cioè che prende le distanze dalla lettera attraverso la propria parola, trovando in essa l'intervallo precisamente perché si avvale di un'interpretazione” (“Scilicet”, p.176).

Così può capitare che al Cubo 17 (o era il 18?) del ponte dell’Unical, ancora di recente fossero di casa un paio di signori in grado di guardare, vedere, leggere e scrivere. La genialità è cosa semplice, pura sintesi, ma ha da essere riconosciuta. E alle nostre latitudini il mestiere del talent scout e più in generale un reclutamento non miope della classe dirigente e dei docenti universitari resta una prassi sconosciuta. Le cose non vanno meglio a livello nazionale: capaci come siamo di mandare a casa un italiano stimato nel mondo intero, allievo – tra l’altro - di Federico Caffè.

 (Ovviamente mi stavo riferendo a Mario Draghi)

Questo testo è dedicato a Salvatore Piermarini (fotografo, bozzettista, inscaper, visualizer, collaboratore e fratello del prof. Vito Teti) e a Marcello Walter Bruno (semiologo, copywriter, sceneggiatore, saggista, studioso di cinema e di fotografia).

Il termine “inscape”  viene usato dal poeta inglese Gerard Manley Hopkins, per definire quel complesso di caratteristiche che conferiscono unicità ed esclusività ad un'esperienza individuale (della cosa sarò per sempre grato a Antonella LoFeudo, che all'epoca si occupava di John Ruskin).

 



(poi magari - se puoi - fagli una telefonata!)







§

(...) E' vero che la conoscenza di ciò che è accaduto nel passato non può dirci niente sulle nostre prospettive future, ma almeno ci metterà in condizione di guardare la scena contemporanea da una certa  distanza. La storia assomiglia alla fotografia nel senso che essa è, fra l'altro, un mezzo di estraniamento. (...) (p.4)

(...) Macaulay ha paragonato la storia ad un viaggio all'estero. Sicuramente gli storici sono in una condizione molto simile a quella dei normali turisti: anch'essi vogliono avere un'idea dei monumenti che sono venuti a visitare. Questo non è per nulla un compito facile. In effetti molti vanno all'estero senza veder niente; una volta che hanno toccato con mano che, mettiamo il Partenone è proprio nel posto che gli è stato assegnato dalla guida turistica, si mettono immediatamente a prendere foto dei loro cari davanti a una colonna antica, che serve loro come alibi una volta ritornati a casa. (p. 65)

Siegfried Kracauer, Prima delle cose ultime, traduzione di Salvatore Pennisi, Marietti, 1985 (History. The Last Things Before the Last, Oxford University Press, New York 1969)

§

(...) Non vedo più niente, nessuna immagine mi sembra interessante, non ho più il gusto di concepirle, e se cerco in questi momenti di farlo mi sembra del tutto arbitrario. Immagini senza forma, perché non c'è sguardo che potrebbe dargliela.

Il peggio che possa accadere; lo sguardo turistico, Raccontare senza storia: non solo le immagini sembrano intercambiabili, in balìa di un libero arbitrio, alla ricerca di una forma perduta, ma anche i loro oggetti sembrano guardarmi con un solo rimprovero: lasciateci in pace. (p. 178)

Movimento (motion) ... immagini in movimento (motion picture = cinema). Ho sempre amato lo stretto rapporto che c'è tra movimento (motion) ed  emozione (emotion), Alle volte mi viene fatto di pensare che nei miei film l'emozione nasce solo dal movimento, o è creata dai personaggi ... La mia casa di produzione si chiama Road Movies,.. Penso che il movimento mantenga costantemente l'idea del cambiamento. (...) (p.41)

(...) Cado su una frase di Cezanne:

"Tutto sta per scomparire".

Bisogna far presto se si vuole vedere ancora qualcosa. (p.180)

"La morte non è una soluzione", dice Fritz Lang in Le mepris (il disprezzo, girato da Jean-Luc Godard nel 1963), in cui Fritz Lang  interpreta se stesso, un vecchio regista. (p.93)

Wim Wenders, L'idea di partenza. Scritti di cinema e di musica, Liberoscambio editrice, 1983 (traduzioni dal tedesco: Maria Maderna / traduzioni dall'inglese: Maria Francesca Torselli / redazione di Marua Cristina Salvaderi e Maria Francesca Torselli)

§

https://www.youtube.com/watch?v=xVQK368zHWoIl congedo

Il cinema delle origini desunse pure dallo pettacolo tradizionale due tipi comunicazione verbale, indirizzata dall'esercente allo spettatore, cioè il congedo e l'annuncio di nuovi film.

Il congedo fu dapprima escluivamente orale. Esso consisteva presumibilmente in brevi e collaudate formule cortesi e beneauguranti, (...) L'arrivederci e grazie chiudeva il programma. Il cinema era troppo vicino alla fiera per non terminare lo spettacolo col ringraziamento al rispettabile pubblico. ... L'ultima didascalia del film era immancabilmente: Arrivederci e grazie, con gli altrettanto tradizionali Signori, uscita! oppure: Si esce da questa parte! (...)

*Sergio Raffaelli, La lingua filmata, didascalie e dialoghi nel cinema italiano, Firenze, Casa editrice LE LETTERE, 1992

*Una carriera universitaria di 33 anni negli atenei della Calabria, di Siena-Arezzo, di Roma Tor Vergata. 

Centinaia di saggi e diverse pubblicazioni originali, oltre duecento recensioni di film. 


in ricordo di Sergio Raffaelli

Marce', quando ti ricordi, ... se puoi ... fai una telefonata di ringraziamento al Rettore Canova 

giovedì 17 agosto 2023

LITURATERRA eugenio guido rosa martirano

di Jacques Lacan 






traduzione di Maurizio Mazzotti e Ettore Perrella

in 

IN FORMA DI PAROLE,
LIBRO SECONDO

nonembre millenovecentottanta 

Elitropia

Questa parola è legittimata dall’Ernaut et Meillet: lino, litura, liturarius. Mi è venuta però da quel gioco della parola con cui capita di far spirito: quando la papera viene alle labbra e il rovesciamento all’orecchio. Questo dizionario (verificatelo) mi dà auspicio di essere fondato su un avvio che prendevo (in questo caso partire è ripartire) dall’equivoco con cui Yoice (dico James Joyce) scivola da a letter a a litter, da una lettera (traduco così) a un’ordura.

Ricordiamo che una mecenate che “gli voleva bene” gli offrì una psicanalisi come se fosse una doccia. E per di più con Jung …

Al gioco cui ci riferiamo non ci avrebbe guadagnato niente, visto che andava direttamente al meglio di ciò che ci si può attendere dalla psicanalisi alla sua fine.

In questo far strame della lettera è ancora San Tommaso che torna, come testimonia l’intera opera?

Oppure la psicanalisi attesta così la sua convergenza con l’allentarsi che la nostra epoca rivela dell’antico legame da cui è contenuto l’inquinamento nella cultura?

Ci avevo ricamato su, guarda caso un po’ prima del maggio ’68, per non venir meno alla miseria di quelle affluenze che sposto, adesso dove ricevo in visita, quel giorno a Bordeaux. La civiltà, ricordavo già come premessa, è la fogna.

Bisogna dire senza dubbio che ero stanco della pattumiera cui ho inchiodato la mia sorte.(...)




 


Tra lettera e significante nessuna frontiera, ma litorale.

L’incontro con la lettera e con la calligrafia ha permesso a Lacan di articolare in modo nuovo la relazione tra significante (o come lo chiamava in quegli anni “sembiante”), lettera e scrittura in psicanalisi. Il saggio che ne deriva appare per la prima volta nel 1971, sul terzo numero della rivista “Littérature”. Nella parola Lituraterre – un’invenzione nel senso lacaniano del termine – spiccano:

1) lettérature calco della parola francese “letteratura”. Lituraterre si sviluppa infatti attorno al racconto di Edgar Allan Poe La lettera rubata, un esempio letterario tratto dalla tradizione occidentale, e alla calligrafia, l’arte orientale in cui pittura e scrittura s’intrecciano;

2) litura voce dotta latina per “cancellatura”, “spalmatura”, “rammendo”, “raschiatura”;

3) terre, terra di litorale: Lacan distingue la lettera dal significante opponendoli come fanno la terra e il mare, sostanze diverse ma che possono entrare l’una nell’altra;

4) a letter – a litter (“lettera e rifiuto”) un gioco di parole che Lacan prende da James Joyce e con cui, secondo Lacan, il grande scrittore dimostra di andare diritto al meglio che ci si possa attendere alla fine di un percorso analitico. A sua volta Joyce amava citare il celebre sicut palea con cui, al termine della sua vita, San Tommaso commenta la propria opera. Completa il quadro l’allestimento di Finale di partita in cui Samuel Beckett mette sulla scena due bidoni di spazzatura: «l’avere con cui Beckett bilancia il passivo che costituisce il nostro essere come scarto, salva l’onore della letteratura, e mi allevia dal privilegio che crederei di avere per il mio posto» .

Con ironia (privilegio) Lacan allude al posto di “resto”, “rifiuto” o “scarto” che lo psicanalista incarna per un analizzante alla fine della cura. Nello stesso tempo, lo psicanalista equipara la letteratura ad un adattamento di resti – i resti di grandi cose perdute, a cominciare da generi come il mito, la tragedia, l’epopea, i canti orali.

Sotto nuovi passi letterari ritroviamo sempre le tracce dei passi più lontani che precedono e preparano la nuova scrittura. Sebbene essa li allontani, con la sua sola presenza li rievoca e, a sua volta, nell’attimo stesso in cui questa nuova scrittura si deposita, già si trasforma in “resto”. Quando si scrive, nel momento stesso in cui si lascia cadere l’inchiostro, le lettere sul foglio, si scrive di una perdita. Una nostalgia sorda percorre le pagine.

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È dunque attraverso la nozione di rifiuto, resto o scarto, che Lacan situa il tema della scrittura ed entra nel frenetico dibattito che animava la Francia degli anni Settanta, coinvolgendo filosofi, teorici della letteratura, logici, matematici e scrittori d’avanguardia. Il 22 febbraio del 1969, al Collège de France, Michel Foucault tiene la conferenza "Cos’è un autore?" a cui Lacan partecipa con entusiasmo .

Annuncia: «il mio insegnamento trova posto in un cambiamento di configurazione che si annuncia con uno slogan di promozione dello scritto» . Non facciamoci ingannare, ormai da anni Lacan lavora attorno a questi temi, ma è comunque vero che Lituraterre costituisce uno spartiacque, prepara il terreno alle formule della sessuazione e a quella logica del reale che trova nella scrittura il suo supporto.

Un’ultima osservazione. Lacan parla di quella letteratura d’avanguardia (post-joyciana o meglio post Finnegans Wake) che spinge verso un’estrema riduzione del senso, verso la scarnificazione del contenuto, l’abolizione della trama, la rarefazione dei personaggi – aderisce insomma ad un’etica che Foucault ha ricondotto all’“indifferenza”, vale a dire ad un formalismo indifferente sia nei riguardi del contenuto che della trama simbolica. Secondo Lacan, questo tipo di linguaggio letterario si confonde con quello della scienza, entrambi scarnificano ed inaridiscono la pagina spogliandola dagli equivoci del gioco significante e dalle pluralità di senso che esso libera. Lacan ritroverà traccia di questo processo anche nella lingua e nella cultura giapponese, segnate dalla complessa storia della sua scrittura.

Come preannunciato, la maggiore preoccupazione di Lacan è distinguere tra loro la lettera, il significante e la scrittura – ridefinendo al contempo ciascuno di essi. La prima linea di demarcazione che traccia è quella tra lettera e significante. Tra queste due dimensioni, spiega, non c’è frontiera, bensì litorale. Qual è la differenza?

«La frontiera, separando due territori, simbolizza che sono medesimi per chi li varca» , è una linea di divisione posta convenzionalmente su uno “stesso” territorio, quindi separa simbolicamente un’estensione di terra fatta, però, della stessa materia. La linea del litorale funziona in ben altro modo: «il litorale ha la caratteristica di porre un dominio come facente tutto intero frontiera per un altro, e questo solo per il fatto che essi non hanno assolutamente nulla in comune, neppure una relazione reciproca» , come succede ad esempio tra il mare e la spiaggia.

La lettera è litorale? chiede Lacan. O è il “letterale” da rintracciare nel litorale? «Il bordo del buco nel sapere: è questo che la psicanalisi designa della lettera quando le si accosta? [...] tra godimento e sapere la lettera farebbe litorale» .

Queste righe meritano un esame attento. La chiave per intendere questo passo è la nozione topologica di “bordo” come zona di rovesciamento tra due territori disuguali (ad esempio, dentro e fuori) che non sono in opposizione tra loro, ma che piuttosto sono in continuità tra loro grazie ad un lembo che immette un territorio nell’altro. Dunque, non una relazione di opposizione, ma di continuità tra superfici diverse e separate.

La lettera funziona come una sponda interna, come una linea interna tra godimento e sapere: è in virtù della lettera che il reale entra nel simbolico o che, all’inverso, arriveremo ad articolare qualcosa del reale. Dire che la lettera mette in relazione due territori significa dire che qualcosa del reale si lascerà articolare, passerà al significante producendo senso.

Lacan prosegue: «nulla permette, come invece si è fatto di confondere la lettera con il significante per postularne poi un primato» . Sebbene sulla lettera si regga il funzionamento dell’inconscio, non dobbiamo concludere che la lettera sia primaria rispetto al significante. Non soltanto Lacan considera significante e lettera come territori incomparabili (sebbene l’uno possa entrare nell’altro), ma rifiuta l’idea di un primato dell’una sull’altra. Le pone invece come contigue e cooperanti.

Piuttosto ribadisce la dipendenza della lettera e del significante (quindi dell’inconscio) dal linguaggio: «Piuttosto poniamo attenzione a quanto, del linguaggio, chiama il litorale al letterale» . Se l’inconscio comanda la funzione della lettera, se lui ha paralato di “istanza” della lettera nell’inconscio, è solo perché l’inconscio presuppone la struttura del linguaggio come necessaria e sufficiente. Sarà facile riconoscere in questo, e in molti altri passi del saggio, la prossimità di Lacan alle tesi che Martin Heidegger propone in In cammino verso il linguaggio (1959). Sono numerose le risonanze e non è un caso che tra gli scritti di Heidegger compaia anche un colloquio, realmente avvenuto nel 1953, tra il filosofo e un professore giapponese. Lacan aderisce completamente a ciò che Heidegger dice del linguaggio, alla celebre affermazione secondo cui «il linguaggio è la dimora dell’essere» .

In questi brani Lacan risponde a coloro che hanno visto nella lettera nient’altro che un significante privilegiato. Per superare questo fraintendimento, Lacan ritorna sulla sua concezione del significante e, ironia, lo fa attraverso la 52 lettera di Freud a Fliess . Quel che Freud chiama “traccia della percezione” – cioè la prima trascrizione delle percezioni, completamente inconscia, ordinata secondo associazioni di simultaneità – è quanto di più prossimo ci sia a ciò che lui chiama “significante”.

La “traccia” della percezione non va dunque confusa con quella traccia, quel tratto che scava un vuoto: l’una può produrre un senso, l’altra assicura nella struttura un posto vuoto. Sulla parola “traccia” si apre forse un’altra divaricazione tra Lacan e Derrida – non possiamo ancora dire se tale divaricazione sfocerà in aperta divergenza. Se per Derrida la traccia è un’impronta, un pieno, per Lacan la traccia è un vuoto in cui alloggerà il godimento.

In Freud e la scena della scrittura (1966) Derrida ha descritto l’inconscio come un reticolo di tracce sospese ad un’archi-traccia, ad una prima traccia fondamentale da cui prenderà avvio la ripetizione. In tal modo la scrittura – che il filosofo, sulla scia del Notes magico di Freud, descrive come una serie di tracce impresse in modo indelebile – sarebbe originaria rispetto alla parola, precederebbe il parlante.

Lacan teorizza invece una sincronia tra lettera, significante e scrittura; resta inoltre prossimo ad Heidegger quando afferma che la lettera, come d’altronde il significante, è conseguenza del linguaggio e che essa è vivificata dall’uso della lingua, dal fatto che si parli. Lo psicanalista parte sempre da un corpo, “vivo” perché “parlante”, parte cioè da un parlessere che, articolando un discorso, permette un effetto di metafora o di metonimia, un gioco di parole e, attraverso le parole, esprime la vita del corpo, i suoi sintomi, le sue cadute, il suo dolore, il suo godimento. Si tratta di «indicare il vivo di ciò che produce la lettera come conseguenza del linguaggio, e precisamente per il fatto che lo abita chi parla» . C’è tutta una pulsazione da lingua nel corpo, dirà Lacan.

Cristiana Fanelli

Lituraterre

La lingua e la scrittura giapponese


La lettera di Cristiana Fanelli


                                 


   
                                                                                                                                     





Magda Indiveri: di ogni cosa resta poco


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