|
di Jacques Lacan |
traduzione di Maurizio Mazzotti e Ettore Perrella
in
IN FORMA DI PAROLE,
LIBRO SECONDO
nonembre millenovecentottanta
Elitropia
Ricordiamo che una mecenate che “gli voleva bene” gli offrì
una psicanalisi come se fosse una doccia. E per di più con Jung …
Al gioco cui ci riferiamo non ci avrebbe guadagnato niente,
visto che andava direttamente al meglio di ciò che ci si può attendere dalla
psicanalisi alla sua fine.
In questo far strame della lettera è ancora San Tommaso che
torna, come testimonia l’intera opera?
Oppure la psicanalisi attesta così la sua convergenza con l’allentarsi
che la nostra epoca rivela dell’antico legame da cui è contenuto l’inquinamento
nella cultura?
Ci avevo ricamato su, guarda caso un po’ prima del maggio ’68,
per non venir meno alla miseria di quelle affluenze che sposto, adesso dove
ricevo in visita, quel giorno a Bordeaux. La civiltà, ricordavo già come
premessa, è la fogna.
Bisogna dire senza dubbio che ero stanco della pattumiera
cui ho inchiodato la mia sorte.(...)

Tra lettera e significante nessuna frontiera, ma litorale.
L’incontro con la lettera e con la calligrafia ha permesso a Lacan di articolare in modo nuovo la relazione tra significante (o come lo chiamava in quegli anni “sembiante”), lettera e scrittura in psicanalisi. Il saggio che ne deriva appare per la prima volta nel 1971, sul terzo numero della rivista “Littérature”. Nella parola Lituraterre – un’invenzione nel senso lacaniano del termine – spiccano:
1) lettérature calco della parola francese “letteratura”. Lituraterre si sviluppa infatti attorno al racconto di Edgar Allan Poe La lettera rubata, un esempio letterario tratto dalla tradizione occidentale, e alla calligrafia, l’arte orientale in cui pittura e scrittura s’intrecciano;
2) litura voce dotta latina per “cancellatura”, “spalmatura”, “rammendo”, “raschiatura”;
3) terre, terra di litorale: Lacan distingue la lettera dal significante opponendoli come fanno la terra e il mare, sostanze diverse ma che possono entrare l’una nell’altra;
4) a letter – a litter (“lettera e rifiuto”) un gioco di parole che Lacan prende da James Joyce e con cui, secondo Lacan, il grande scrittore dimostra di andare diritto al meglio che ci si possa attendere alla fine di un percorso analitico. A sua volta Joyce amava citare il celebre sicut palea con cui, al termine della sua vita, San Tommaso commenta la propria opera. Completa il quadro l’allestimento di Finale di partita in cui Samuel Beckett mette sulla scena due bidoni di spazzatura: «l’avere con cui Beckett bilancia il passivo che costituisce il nostro essere come scarto, salva l’onore della letteratura, e mi allevia dal privilegio che crederei di avere per il mio posto» .
Con ironia (privilegio) Lacan allude al posto di “resto”, “rifiuto” o “scarto” che lo psicanalista incarna per un analizzante alla fine della cura. Nello stesso tempo, lo psicanalista equipara la letteratura ad un adattamento di resti – i resti di grandi cose perdute, a cominciare da generi come il mito, la tragedia, l’epopea, i canti orali.
Sotto nuovi passi letterari ritroviamo sempre le tracce dei passi più lontani che precedono e preparano la nuova scrittura. Sebbene essa li allontani, con la sua sola presenza li rievoca e, a sua volta, nell’attimo stesso in cui questa nuova scrittura si deposita, già si trasforma in “resto”. Quando si scrive, nel momento stesso in cui si lascia cadere l’inchiostro, le lettere sul foglio, si scrive di una perdita. Una nostalgia sorda percorre le pagine.
È dunque attraverso la nozione di rifiuto, resto o scarto, che Lacan situa il tema della scrittura ed entra nel frenetico dibattito che animava la Francia degli anni Settanta, coinvolgendo filosofi, teorici della letteratura, logici, matematici e scrittori d’avanguardia. Il 22 febbraio del 1969, al Collège de France, Michel Foucault tiene la conferenza "Cos’è un autore?" a cui Lacan partecipa con entusiasmo .
Annuncia: «il mio insegnamento trova posto in un cambiamento di configurazione che si annuncia con uno slogan di promozione dello scritto» . Non facciamoci ingannare, ormai da anni Lacan lavora attorno a questi temi, ma è comunque vero che Lituraterre costituisce uno spartiacque, prepara il terreno alle formule della sessuazione e a quella logica del reale che trova nella scrittura il suo supporto.
Un’ultima osservazione. Lacan parla di quella letteratura d’avanguardia (post-joyciana o meglio post Finnegans Wake) che spinge verso un’estrema riduzione del senso, verso la scarnificazione del contenuto, l’abolizione della trama, la rarefazione dei personaggi – aderisce insomma ad un’etica che Foucault ha ricondotto all’“indifferenza”, vale a dire ad un formalismo indifferente sia nei riguardi del contenuto che della trama simbolica. Secondo Lacan, questo tipo di linguaggio letterario si confonde con quello della scienza, entrambi scarnificano ed inaridiscono la pagina spogliandola dagli equivoci del gioco significante e dalle pluralità di senso che esso libera. Lacan ritroverà traccia di questo processo anche nella lingua e nella cultura giapponese, segnate dalla complessa storia della sua scrittura.
Come preannunciato, la maggiore preoccupazione di Lacan è distinguere tra loro la lettera, il significante e la scrittura – ridefinendo al contempo ciascuno di essi. La prima linea di demarcazione che traccia è quella tra lettera e significante. Tra queste due dimensioni, spiega, non c’è frontiera, bensì litorale. Qual è la differenza?
«La frontiera, separando due territori, simbolizza che sono medesimi per chi li varca» , è una linea di divisione posta convenzionalmente su uno “stesso” territorio, quindi separa simbolicamente un’estensione di terra fatta, però, della stessa materia. La linea del litorale funziona in ben altro modo: «il litorale ha la caratteristica di porre un dominio come facente tutto intero frontiera per un altro, e questo solo per il fatto che essi non hanno assolutamente nulla in comune, neppure una relazione reciproca» , come succede ad esempio tra il mare e la spiaggia.
La lettera è litorale? chiede Lacan. O è il “letterale” da rintracciare nel litorale? «Il bordo del buco nel sapere: è questo che la psicanalisi designa della lettera quando le si accosta? [...] tra godimento e sapere la lettera farebbe litorale» .
Queste righe meritano un esame attento. La chiave per intendere questo passo è la nozione topologica di “bordo” come zona di rovesciamento tra due territori disuguali (ad esempio, dentro e fuori) che non sono in opposizione tra loro, ma che piuttosto sono in continuità tra loro grazie ad un lembo che immette un territorio nell’altro. Dunque, non una relazione di opposizione, ma di continuità tra superfici diverse e separate.
La lettera funziona come una sponda interna, come una linea interna tra godimento e sapere: è in virtù della lettera che il reale entra nel simbolico o che, all’inverso, arriveremo ad articolare qualcosa del reale. Dire che la lettera mette in relazione due territori significa dire che qualcosa del reale si lascerà articolare, passerà al significante producendo senso.
Lacan prosegue: «nulla permette, come invece si è fatto di confondere la lettera con il significante per postularne poi un primato» . Sebbene sulla lettera si regga il funzionamento dell’inconscio, non dobbiamo concludere che la lettera sia primaria rispetto al significante. Non soltanto Lacan considera significante e lettera come territori incomparabili (sebbene l’uno possa entrare nell’altro), ma rifiuta l’idea di un primato dell’una sull’altra. Le pone invece come contigue e cooperanti.
Piuttosto ribadisce la dipendenza della lettera e del significante (quindi dell’inconscio) dal linguaggio: «Piuttosto poniamo attenzione a quanto, del linguaggio, chiama il litorale al letterale» . Se l’inconscio comanda la funzione della lettera, se lui ha paralato di “istanza” della lettera nell’inconscio, è solo perché l’inconscio presuppone la struttura del linguaggio come necessaria e sufficiente. Sarà facile riconoscere in questo, e in molti altri passi del saggio, la prossimità di Lacan alle tesi che Martin Heidegger propone in In cammino verso il linguaggio (1959). Sono numerose le risonanze e non è un caso che tra gli scritti di Heidegger compaia anche un colloquio, realmente avvenuto nel 1953, tra il filosofo e un professore giapponese. Lacan aderisce completamente a ciò che Heidegger dice del linguaggio, alla celebre affermazione secondo cui «il linguaggio è la dimora dell’essere» .
In questi brani Lacan risponde a coloro che hanno visto nella lettera nient’altro che un significante privilegiato. Per superare questo fraintendimento, Lacan ritorna sulla sua concezione del significante e, ironia, lo fa attraverso la 52 lettera di Freud a Fliess . Quel che Freud chiama “traccia della percezione” – cioè la prima trascrizione delle percezioni, completamente inconscia, ordinata secondo associazioni di simultaneità – è quanto di più prossimo ci sia a ciò che lui chiama “significante”.
La “traccia” della percezione non va dunque confusa con quella traccia, quel tratto che scava un vuoto: l’una può produrre un senso, l’altra assicura nella struttura un posto vuoto. Sulla parola “traccia” si apre forse un’altra divaricazione tra Lacan e Derrida – non possiamo ancora dire se tale divaricazione sfocerà in aperta divergenza. Se per Derrida la traccia è un’impronta, un pieno, per Lacan la traccia è un vuoto in cui alloggerà il godimento.
In Freud e la scena della scrittura (1966) Derrida ha descritto l’inconscio come un reticolo di tracce sospese ad un’archi-traccia, ad una prima traccia fondamentale da cui prenderà avvio la ripetizione. In tal modo la scrittura – che il filosofo, sulla scia del Notes magico di Freud, descrive come una serie di tracce impresse in modo indelebile – sarebbe originaria rispetto alla parola, precederebbe il parlante.
Lacan teorizza invece una sincronia tra lettera, significante e scrittura; resta inoltre prossimo ad Heidegger quando afferma che la lettera, come d’altronde il significante, è conseguenza del linguaggio e che essa è vivificata dall’uso della lingua, dal fatto che si parli. Lo psicanalista parte sempre da un corpo, “vivo” perché “parlante”, parte cioè da un parlessere che, articolando un discorso, permette un effetto di metafora o di metonimia, un gioco di parole e, attraverso le parole, esprime la vita del corpo, i suoi sintomi, le sue cadute, il suo dolore, il suo godimento. Si tratta di «indicare il vivo di ciò che produce la lettera come conseguenza del linguaggio, e precisamente per il fatto che lo abita chi parla» . C’è tutta una pulsazione da lingua nel corpo, dirà Lacan.
Cristiana Fanelli
Lituraterre
La lingua e la scrittura giapponese
La lettera di Cristiana Fanelli
|
|
Magda Indiveri: di ogni cosa resta poco
https://istitutofreudiano.blogspot.com/2013/04/seminario-del-13-marzo-2013.html
https://www.orthotes.com/bruno-moroncini/


Nessun commento:
Posta un commento