Luci della distanza.
Tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta di essere
La distanza da noi stessi si misura con la morte
e con la fine di un segno che resta come cometa a indicare la strada
Alessandro Chidichimo
La
poesia di Jabès della distanza è l'apoteosi. Per più motivi. Per più
ingredienti. L'erranza, i rabbini, i1 libro, il deserto, il vento. Nella sua
scrittura - come nella psicanalisi più riuscita - è riconoscibile “la sola
testimonianza di che cosa sia cercare, nella prossimità, la traccia di se
stessi, cercare, nella prossimità, la più grande distanza” (Ettore Perrella, Il tempo etico, Edizioni Biblioteca
dell’Immagine, 1986, p.16).
“Una
pagina bianca è un formicolio di passi sul punto di ritrovare le loro orme... Dov’è
il cammino? Un cammino è sempre da trovare. Un foglio bianco è pieno di
cammini...La distanza è luce, lo spazio di tempo in cui tu penserai che non ci
sono frontiere. Così, noi siamo la distanza. (...) Ciò che chiami “distanza”
non è che il tempo di una inspirazione, di una espirazione. Tutto l'ossigeno
indispensabile all'uomo è nei suoi polmoni. Vuoto è lo spazio della vita. (...)
La parola del viaggio è schiava del vento. (...) Tu sei qui, ma il luogo è così
vasto che essere l'uno accanto all'altro è già essere tanto lontani da non
riuscire né a vederci né a sentirci. (...) Fanciullo, le lettere del tuo nome
sono così distanti l’una dall'altra che sei un fuoco di festa nella notte
stellata.”
Friabilità
del canto, respiro, vento e cenere che rintracciamo in Chateaubriand: “... a
chi appartengono quelle ceneri? I venti non ne sanno nulla”.
Contrappuntato
da Paul Klee: “Nessuna meraviglia in quest'aria di scirocco”.
Vento
e sapere. Connessione splendidamente colta in un passaggio sulla 'bora' da
Italo Svevo, che - a posteriori - possiamo considerare il miglior commento
all'opera jabesiana. “... Si ha il torto di considerarla come una cosa sola
mentre si compone di migliaia di soffi che i naturalisti sanno poiché
coincidono in tempo e spazio ma dei quali, garantisco, uno non sa dell'altro.
(...) Chi prenderebbero in giro? Se non conoscono nessuno, quei nomadi, non
conoscendosi neppure tra di loro?”.
Pure
di Montale è la consapevolezza che “una distanza ci divide” (dove quel ‘ci’ è
tentatore). Una distanza che in un altro passo è resa ‘siderale’ dalla terza
dimensione. Distanza, sempre sotto le insegne del vento “ch'entra nel pomario/
vi rimena l'ondata della vita” e “che nel cuore soffia”.
E
se i venti boreali non si conoscono neppure tra loro, analoga supposizione è
valida per i rabbini immaginari di Jabès e per il bagaglio di persone di
Pessoa. Intersoggettualità come intertestualità. Testi co-esistenti e
contemporaneamente votati alla reciproca in-conoscenza.
L'eteronimia
(di Pessoa) non è altro - sostiene Tabucchi - che la vistosa traduzione in
letteratura di tutti quegli uomini che un uomo intelligente e lucido sospetta
di essere. Questione di cui Orson Welles mostrava grande e ironica
consapevolezza. “Signore e signori... produco lavori teatrali a Broadway, ne
curo anche la regia. Sono attore di teatro. Scrivo, dirigo e recito in alcune
trasmissioni radiofoniche. Suono il violino e il piano. Dipingo, disegno e
pubblico libri. Sono romanziere e anche un mago. Non è notevole che io sia così
tante persone e voi tanto poche?".
E
prim'ancora di Welles, è il genio illuminante di Novalis: “Il genio è una
persona veramente sintetica (...) ogni persona si suddivide in più persone e la
vera analisi della persona produce solo persone”.
Un
enunciato - quest'ultimo - strutturato alla maniera di Sraffa: produzione di
persone a mezzo di persone.
I1
vento indica in qualche modo il tragitto delle parole, cerca di dire qualcosa
su come siano orientate, da dove vengano, cosa portino seco. La congerie, la
panoplia di venti boreali di Svevo, lo splitting jabesiano dei mille rabbini
immaginari, le cento personalità di Pessoa (“il baule pieno di gente” - come
evidenziava giustamente Tabucchi), il multiforme ingegno di Welles, e anche i
personaggi pirandelliani, non sono forse la stessa cosa? Rappresentanti del
clivaggio, dello sfaldamento del soggetto, in particolare del soggetto della
scrittura. “Sii plurale come l'universo” esortava Pessoa. “Credevo di essere di
più” annota Lautréamont, per il quale l'infinità dell'io è, più che un punto di
partenza, una conquista violenta e obbligata al fine di sottrarsi alla
condizione di angustia e di limite.
Il ‘successo’ di una vita è in fondo questo:
riconoscere, prim'ancora di mantenere, le distanze tra queste persone, tra
questi nomi, tra questi venti, senza mai lasciare che si allontanino troppo o
che marcino con ritmi troppo diversi. Che vi sia contrappunto, che vi sia
controcanto, questo sì; ma che non si rinunci del tutto a un pur scalcinato
direttore d'orchestra. Polifonia non schizofrenia, come - al contrario -
equivocarono anni fa Deleuze e Guattari con il loro elogio del molecolare e
della schizoanalisi. Si potrà dire che il tema del clivaggio è tutto romantico.
Ciononostante mi limito a constatarne la verità e la persistenza da un punto di
vista - diciamo - pragmatico. Con Schlegel, non capita d'imbattersi ancora
oggi, anche se sempre più raramente, in libri “nei quali anche i cani si
appellano all'infinito?” Quanto a Jabès, anche se l'accostamento potrà sembrare
cinico e paradossale (né più né meno come i “Kant con Sade” dello stesso
francese terribile), è Jacques Lacan che, nel massimo di lontananza di cultura
e amicizia, lui che non era Blanchot, Derrida o Scalia, a enunciarne la cifra.
Così per caso, per la solita folgorazione, per la solita irrefrenabile tendenza
dei suoi enunciati a dire il vero, in materia del dire e dello scrivere,
insomma in materia di soggettività. “Poiché se non per il fatto che l'Ebreo
dopo il ritorno da Babilonia è colui che sa leggere, cioè che prende le distanze
dalla lettera attraverso la propria parola, trovando in essa l'intervallo
precisamente perché si avvale di un'interpretazione” (“Scilicet”, p.176).
Così può capitare che al Cubo 17 del ponte
dell’Unical, ancora di recente fossero di casa un paio di signori in grado di
guardare, leggere e scrivere. La genialità è cosa semplice, pura sintesi, ma ha
da essere riconosciuta. E alle nostre latitudini il mestiere del talent scout e
più in generale un reclutamento non miope della classe dirigente e dei docenti
universitari resta una prassi sconosciuta. Le cose non vanno meglio a livello
nazionale: capaci come siamo di mandare a casa un italiano stimato nel mondo
intero, allievo – tra l’altro - di Federico Caffè. So che le barzellette non si spiegano, ma - giusto per i più distratti - il riferimento è a Mario Draghi.
Questo testo è dedicato a Salvatore Piermarini (fotografo,
bozzettista, inscaper, visualizer, collaboratore
e fratello del prof. Vito Teti) e a Marcello
Walter Bruno (semiologo, copywriter, sceneggiatore, saggista, studioso di
cinema e di fotografia).
Il termine “inscape” viene usato dal poeta inglese Gerard Manley Hopkins, per definire quel complesso di caratteristiche che conferiscono unicità ed esclusività ad un'esperienza individuale.

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